domenica 22 maggio 2016

Porta a Porta in pochi passi

Ti accusano di essere “un uomo solo al comando” in realtà ti senti “un uomo (o donna)  lasciato solo” alle responsabilità della politica?
Ti ci vuole allora uno strumento capillare ed efficace per raggiungere gli elettori casa per casa e far sentire la loro voce, anche se critica, ma al tuo fianco.
Questo strumento esiste ed è usato da anni: il “porta a porta”.
Vuoi fare una campagna elettorale, non con i soliti volantini, che ti permetta di incontrare e spiegare le tue ragioni a più persone possibili?
La risposta è di nuovo il “porta a porta”.
Non c’è quindi bisogno di discutere sul “perché”, ma sul “come”. Niente panico, bastano “pochi passi”.
I volontari sono la colonna di una campagna “casa per casa”, più sono a mettersi in gioco meglio è, ma se in un volantinaggio, con due persone, sei uno “sfigato”, col “porta a porta” puoi raggiungere centinaia di persone in poco tempo. Suona qualche campanello anche tu, ci sono leader che lo fanno ad ogni campagna elettorale, tu non sei da meno!
Non c’è modo migliore per motivare i volontari che raccontare l’esperienze già fatte e così togliere ogni dubbio, e vedrai come saranno soddisfatti quando qualcuno li farà entrare in casa o semplicemente dirà loro “grazie”.
La pianificazione è alla base dell’operazione: scegli una via o un quartiere secondo una indagine elettorale, sociologica e di “comodità”: in un certo quartiere  i candidati indipendenti hanno preso percentuali molto alte? Ci sono più giovani e i palazzi sono semplici da raggiungere? Perfetto, con una attenta analisi non sbagli.
Per esempio in Ohio, Stato decisivo per eccellenza negli USA, chi faceva il “porta a porta” guardava prima il cortile della persona a cui si stava bussando: aveva una Volvo posteggiata, 99 su 100 era un democratico, aveva un grosso barbecue “provato” dalle numerose grigliate, 99 su 100 era un repubblicano, e così via verso un indipendente da convincere.
Hai studiato abbastanza il tuo quartiere? Allora partiamo!
La squadra ideale non esiste, tutti possono visitare appartamento per appartamento, ma alcuni accorgimenti ti aiuteranno. I volontari devono trasmettere in poco tempo il tuo messaggio (votami, firma, etc…) per cui devono aver bene in testa un testo con cui approciare le persone. Non serve essere star della TV o i boss del quartiere per fare il “porta a porta”.  Nessuno conosce tutti gli abitanti di un territorio, nel bussare alle porte delle persone è molto più importante la gentilezza e l’empatia.
Come già scritto, condividere le esperienze avute col “porta a porta” è importante per motivare  all’inizio i volontari, ma anche per creare affiatamento e un pizzico di competizione nella squadra. Dopo un giorno di campagna “casa per casa” sono tutti sicuramente più stanchi, ma anche più simpatici.
Ah, dimenticavo! Vestitevi bene, state entrando in casa di persone che non vi conoscono.
Lascia il segno! Se vuoi che si ricordino delle tue idee non basterà dire “buongiorno” mentre l’elettore è più impegnato a capire se vuoi rubare che a sentire le tue parole, dovrai far di più. Lasciagli un volantino che ricordi il tuo messaggio, se è interessato chiedi un suo recapito per ricontattarlo. Sappi che non tutti saranno in casa, prepara una lettera per dire che sei passato e sei interessato a conoscere le sue idee e le sue lamentele. Non vorrai raggiungere solo i più “poltronai”, no?
In questo è stato maestro Hollande, che ha vinto (come farai tu) le presidenziali raccogliendo il feed-back degli elettori per coinvolgerli ancor di più nella sua campagna.
Potresti essere il prossimo che migliora il “porta a porta” così da renderlo ancora più efficace!
Ecco quattro semplici passi ;)
Alle prossime elezioni non farti trovare impreparato. Tutti ti diranno che siamo in Italia e che il “porta a porta” non può funzionare; diranno che ti farai odiare da tutti, ma tranquillo i politici non sono già molto amati, tu invece ci metterai la faccia e farai vedere ad amici e avversari che bastano pochi passi per andare casa per casa. Bastano pochi passi per fare il “porta a porta”, bastano pochi passi per vincere le elezioni!

Alberto Spatola

La fabbrica delle idee forti, fatte per restare.

Se ti capita di passare da una libreria non avere dubbi, il libro che fa per te è “idee forti”, dei fratelli Heath.
Questo libro dovrebbe essere obbligatorio per tutti gli insegnanti e tutti i politici per una ragione molto semplice: spiega come “smuovere” le persone.
E lo dice con sette semplici lettere: SUCCESs.
Una sigla che tradotta in italiano è tanto immediata quanto geniale. Una idea, per restare, deve essere Semplice, Inaspettata, Concreta, Credibile, Emotiva e una Storia. Ti invito ad usare la sigla come check list di ogni tua idea.
Due esempi su tutti ci aiutano a capire il nesso col mondo politico.
Bill Clinton faceva dannare il suo staff per la tendenza ad essere amante dei dettagli, insomma era il tipico secchione della politica che tutti apprezzano, ma nessuno vota (“sa parlare di ogni argomento, ma cosa vuol fare realmente?”) fu così che il capo della campagna scrisse alcune frasi su cui far ruotare la campagna elettorale, una di queste era “è l’economia, stupido!”. Quello fu lo slogan della campagna e ancora oggi simbolo della “terza via”, che segna un cambio di prospettiva della sinistra, non più rivoluzionare i massimi sistemi, ma badare alla realtà. Fu così che Clinton vinse le presidenziali, ebbe a fianco chi lo tenne con gli occhi sull’obiettivo, al nocciolo della questione… Questo vuol dire essere SEMPLICI: trovare il nocciolo della tua idea e saperlo trasmettere.
“State meglio oggi di quanto stavate quattro anni fa?” così  Reagan apostrofò gli americani durante un dibattito televisivo. Per molti quella frase diede la svolta alla campagna repubblicana, non per la leva emotiva, ma la ricerca di credibilità nell’interlocutore: poteva enunciare statistiche sul crollo dell’economia prodotte dai migliori istituti, invece quella idea era forte perchè faceva leva sulla credibilità interna dell’interlocutore. Prima di ogni “pensata” cerca il modo migliore di rendere la tua idea credibile, solo così ti prenderanno sul serio e la tua idea lascerà il segno.
Qualche consiglio per essere “CREDIBILI“?
– Cerca un testimonial!
Obama ne fa un ricorso scientifico e continuo, in un recente discorso in cui presenta la riforma dell’immigrazione non si esprime con linguaggio tecnico, di fronte ad una platea di giornalisti, con slide e battute buone per Twitter e i titolisti, ma parte da una realtà locale, raccontando come l’immigrazione cambi Nashville, la capitale del Tennessee e così cita persone, città, storie. Dei testimonial a tutto tondo di come sia necessaria la riforma.
– Non tralasciare nessun dettaglio, proprio come Obama, perché sono i dettagli che fanno la differenza, sono i dettagli che rendono una idea più veritiera e credibile.
– E se citi un dato che comprovi la tua idea cerca qualcosa di verificabile o, ancora meglio, qualcosa di eccezionale, la cosidetta regola di Sinatra, “se ci riesco a New York, posso farcela ovunque” canta Sinatra, prova a far lo stesso.
Ma noi qui a VoteAcademy non ci rivolgiamo ai Presidenti USA, ma agli outsiders di oggi e leader di domani, per cui sarà necessario essere INASPETTATI.
Non ti basterà sorprendere, ma diciamo che ti aiuterà, per cui rompi gli schemi, vai contro le aspettative, offri subito l’informazione che il tuo pubblico si aspetta, girarci intorno non porta a nulla.
Ma la vera sfida sarà mantenere l’attenzione, saper interessare e incuriosire se non vuoi fare la fine dei tanti movimenti politici che si schiantano come meteore.
Non dovrai urlare sempre di più, ma saper appassionare e creare un giallo intorno alla tua idea. Non vuol dire essere misteriosi, anzi dovrai rendere chiaro “l’intento del comandante”, in maniera che tutti possano dare un contributo al progetto, senza perdersi nel breve periodo, perché ogni piano viene stravolto una volta sul campo, creando così l’attesa del prossimo passo, della prossima avventura.

So che vuoi sapere come essere anche CONCRETO, “EMOTIVO”, ma questo lo lascio al libro dei fratelli Heath, perché la chiave di una idea forte è raccontarla come una STORIA.
Spesso si mette in contrapposizione la storia e l’azione, si chiedono meno parole e più fatti. Eppure si perde nella notte dei tempi la nostra voglia di raccontare, ed è bene tener viva questa capacità.
Sentire una storia è un po’ come simulare, sentire i passaggi di una azione avvenuta, come si sono affrontati i problemi, gli errori e le vittorie, ci consente di far sapere come agire. In fondo è quello che facciamo a Vote academy, il motivo per cui ci leggi, cerchi ispirazione, vuoi sapere come affrontare la prossima campagna elettorale, la prossima sfida politica e noi te lo raccontiamo. Fa lo stesso con le tue idee!
Ma tu, outsider di oggi e leader di domani, hai un compito ben più arduo, quello di infondere l’energia per far agire le persone.
Agli elettori interessa sapere chi sei, quale sia la tua storia per poter condividere una avventura politica, anche il semplice voto, e tu hai bisogno di loro, hai bisogno di una “comunità”. Niente di meglio che una buona storia per iniziare!

Alberto Spatola

La Kryptonite del degrado. Come lasciare gli avversari all’opposizione

Hai vinto le elezioni e sei ogni giorno impegnato ad amministrare il tuo territorio.
Ma c’è un appuntamento che ti fa venire l’orticaria, Il Consiglio comunale.
Sei un sincero sostenitore della democrazia e del ruolo degli organi assembleari, ma lì c’è sempre l’opposizione pronta con le interpellanze sull’albero da tagliare, la buca da riempire, il marciapiede da riparare e così urlano al degrado e all’inefficienza.
Che fare?
Molto semplice, non inseguirli.
Tu sei Superman (o Wonderwoman) che lavora quotidianamente per il suo paese, insieme ai cittadini che fanno il possibile per migliorare il proprio territorio, i tuoi elettori (anche quelli degli altri) non sono contenti di sentire che il loro territorio è degradato.
Per denunciare un problema potranno anche rivolgersi ai tuoi avversari, ma tu sei colui che è in grado di risolverlo e devi farlo sapere. Al prossimo Consiglio comunale porta un documento che illustra l’impegno della maggioranza su alcuni temi chiave, chiama coloro che avevi coinvolto, per affrontare la questione, e racconta la loro storia.
L’impegno che un politico ci mette ogni giorno per migliorare e trasformare il proprio paese non è una questione privata, ma una storia collettiva che coinvolge tutti i cittadini.
Prenditi l’impegno ogni tanto di elencare gli obiettivi raggiunti, fanne un documento agile e virale, racconta anche le sconfitte, gli ostacoli e la verità, ma non fermarti dopo i primi 100 giorni. Racconta i tuoi 500 giorni, “la metà dell’opra” quando sei a metà mandato e così via.
La domanda tipica è: “dove trovo il tempo?”
Prima di tutto pensa al tempo risparmiato a rispondere ad ogni interpellanza inseguendo le battaglie particolari degli avversari, così avrai sempre a disposizione “nero su bianco” il tuo impegno da “sbattere in faccia” a chi vorrebbe indebolirti, logorarti.
In secondo luogo avrai sicuramente un gruppo di giovani particolarmente attivo nel tuo quartiere, nel tuo Comune, che vorresti al tuo fianco alle prossime elezioni e magari, qualcuno di loro, potrebbe candidarsi sostituendo quel tuo Consigliere che non sa nemmeno cosa sia un social network. Coinvolgili, chiamali e proponigli il progetto: un documento per raccontare l’impegno del Comune per le persone e il territorio.
Non ti deluderanno e sarai di nuovo Superman (o Wonderwoman) e alle prossime elezioni i tuoi avversari che urlavano al degrado saranno sempre all’opposizione.

Dall'arancione al grigio. Anche a Genova è finita.

Il mondo politico sembrava essere pronto alla rivoluzione dopo il Referendum sull'acqua e i Sindaci arancioni nel 2011. Adesso cinque anni dopo non è rimasto praticamente più nulla, è finito il berlusconismo, ma ancora una limpida e netta alternativa non si vede.
Anche a Genova quell'ondata era arrivata con in piedi sul surf un mite professore universitario: Marco Doria.
Già alcuni elementi di conservatorismo in salsa genovese si vedevano durante quelle elezioni che a Genova furono nel 2012, in cui Marco Doria prometteva tranquillità e silenzio nel centro storico, rispondendo ad una città vecchia e stanca, che si chiude al mondo nelle sue mura, ma almeno rispetto al degrado e al vuoto politico attorno, lui si presentava con una storia e una moralità solida.
Non c'è però mai stato un progetto, una visione di città e adesso dopo quattro anni ci si ritrova con una amministrazione di brave persone che non sanno che pesci pigliare, che sono condannati alla dittatura del presente, e si ritrovano senza consenso politico, in città e in Consiglio comunale.
Con la città non ci si parla, e col Consiglio comunale si copiano le logiche della vecchia politica, un po' più di spesa per gli amici e si ottiene il voto di qualcuno per portare a casa il bilancio, dimostrando lo stesso che una maggioranza non c'è, e alle elezioni si faceva i puri, ma in realtà ci si è messi in casa cani e porci e ora ci si dedica ai compromessi.
Sarebbe stato più onorevole dire alla città che una fase politica si è conclusa nel resto d'Italia come a Genova e andare al voto, ma invece c'è un lungo anno da aspettare, e le tonalità di grigio sapranno sempre più prevalere.

Alberto Spatola

REPORT DEL BLOG. Obiettivo, struttura, media.

L'obiettivo del blog e di essere il sito di riferimento della cultura e analisi politico-sociale a Genova, raggiungendo così le 5mila visite medie per ogni singolo post, dopo i primi sei mesi di attività.

Il blog sarà redatto inizialmente da una plurale redazione selezionata nel mondo studentesco, ma verrà lasciata aperta l'opportunità di inviare articoli e far contribuire al sito anche ad elementi esterni, la selezione degli articoli esterni sarà molto stretta, in modo da far emergere il progetto per qualità. In modo da acquisire autorevolezza sul "mercato".

Il blog verrà pubblicizzato sia attraverso media tradizionali che i social, ma soprattutto attraverso eventi in piazza, di cinema, spettacoli e dibattiti, in cui si mette in pratica la visione fresca e nuova di analisi che il sito vuol portare avanti. Eventi che si dovranno svolgere nei diversi quartieri con una scenografia povera, ma ricercata.

Si prevede quindi un forte investimento iniziale, finanziando poi il sito, dopo i sei mesi, se raggiunti gli obiettivi, da una campagna di crowfunding sullo stile di "valigiablu". Evitando quindi inserzioni pubblicitarie ormai in declino dopo l'avvento di AdBlock.

Alberto Spatola

EMAIL PER INTERVISTA. A Lorenzo Marsili.

Ciao Lorenzo, ti ho chiesto l'amicizia su Facebook qualche settimana prima dell'iniziativa a Roma per DIEM25 con Varoufakis, in quell'occasione ti avevo scritto che non sarei riuscito a partecipare all'evento, però l'interesse per il Movimento e i suoi obiettivi è forte, tanto che sto valutando di fare un intero capitolo della mia tesi, sulla comunicazione politica e l'Unione Europea, su gli obiettivi e il metodo di "Democracy in Europe Movement 2025".
Come direttore di "European Alternatives" hai seguito e condotto l'evento romano di DIEM25, per cui sarebbe per me utile e interessante fare una intervista.
Allego alcune possibili domande a cui rispondere anche con questa stessa email, inoltre se preferisci, o ti servono ulteriori chiarimenti, lascio il mio numero: +39 34XXXXXX42
Grazie mille in anticipo.

Alberto Spatola

Form Google [Riforma Municipi di Genova]


Link ad un questionario su una proposta di Riforma dei Municipi di Genova:

https://docs.google.com/forms/d/1LtJ6HUQEoACqp2oTue4ozi_Pef-VeizcC_Q5atNG8q0/viewform

PROFESSIONE DELLA COMUNICAZIONE. Comunicazione politica ed istituzionale.

Sono passati 25 anni da "Il Portaborse" di Nanni Moretti, in cui un assistente era vittima e osservatore dell'immoralità e arroganza di un politico rampante sul finire della prima Repubblica.
E questo quarto di secolo si sente tutto.
Oggi le scene sarebbero rovesciate, politici costretti ad entrare in abiti cuciti da altri, da abili professionisti che con formule magiche provano a far vincere e convincere i politici che si prestano ad essere attori, di un circo mediatico-politico, sempre più sottostante alle logiche del consumo che dei Partiti, ormai moribondi apparati che si inchinano ai responsabili della comunicazione politica-istituzionale.
È un lavoro fatto di velocità e quindi verticismo, un lavoro di relazione, di contatti, assolutamente ecclettico. Forse uno dei migliori esempi di post-modernità.
Se allora il sondaggio era qualcosa di rozzo riservato ad alcuni settori imprenditoriali, adesso la capacità di capire gli umori passa dagli open-data e i focus-group e il politico deve essere in grado attenersi al copione alle volontà dell'elettorato.
Viene spesso demonizzata la narrazione e lo storytelling, come formula magica della politica per raccontare se stessa, ma nel frenetico mondo degli assistenti è in realtà una boccata d'ossigeno poter inquadrare il proprio "prodotto" al di là della singola elezione e saper ragionare in termini più ampi e di lungo periodo, per non essere delle meteore, per non essere consumati.
Se oggi dovessimo trovare un film che meglio rappresenti "il portaborse" dovremmo guardare "le idi di Marzo", film che narra delle combattute primarie democratiche negli USA in cui il vero artefice della vittoria e il suo secondo campaign manager, che alla fine primeggia imponendo le scelte al candidato che si lascia guidare dall'odore di vittoria, ovviamente una vittoria storica, come tutte del resto.

Alberto Spatola

DIGITAL HUMANITIES, la sintesi tra computer e uomo. Come tener vivo il giornalismo.

Si va sempre più verso un mondo di automazione, dove non solo i lavori più umili e manuali sono rimpiazzati dalle macchine, ma anche quelli più intelletuali come il giornalismo.
In questo molti ci vedono la fine del lavoro, un nuovo luddismo viene cavalcato e la competizione delle macchine è anche scusa per ridurre i salari.
Eppure c'è chi vuole trovare una sintesi, trovare il modo di far collaborare le macchine e l'elemento umano.
Questo filone è quello delle Digital Humanities.
I computer sono più bravi a maneggiare dati, gli umani a darne una interpretazione, perché non possono essere usate le potenzialità delle macchine per fare un lavoro di maggiore qualità? Questa è la filosofia sottesa alle Digital Humanities, la messa in rete delle competenze digitali ed umanistiche, arrichendo così il mondo reale con l'aiuto del virtuale.
Può essere semplicemente un sogno, un tentativo disperato. Ma con la disoccupazione dilagante e le disuguglianze crescenti potremmo anche scoprire che è l'unica via.

Alberto Spatola

Recen-te-mente (Recensione con la mente) -Boris, la Serie-

Boris, l'antiserie.
Una critica, una metafora, l'antifiction, un cult.
A 9 anni dalla prima puntata la Serie TV di strada ne ha fatta.
Ma in Italia siamo ancora fermi a Don Matteo, ci chiediamo quando torna un Medico in Famiglia e anche se c'è il digitale non è banale scavalcare il duopolio Rai-Mediaset.
Questo ancor di più lo era 9 anni fa appunto, quando Boris su Sky ha portato avanti una dissacrante critica della televisione italiana, all'epoca visibilmente commistionata con la politica, oggi meno visibilmente.
Così se oggi vediamo delle crepe nel sistema televisivo è perché, almeno in Italia Sky ha iniziato a levigare la pietra costantemente, come una goccia, e Boris è stata la prima goccia.
Questo è il grande merito di una serie che non si è mai presa sul serio eppure ha formato il linguaggio e non solo del mondo indie-giovanile.
Il merito però è solo storico, poi si ferma perché arrivati all'ultima puntata la delusione sale.
Boris è una fotografia del paese e è un po' come la fotografia di Duccio nella serie, responsabile della fotografia cocainomane, in cui si "smarmella" ed "è tutto aperto", insomma Boris è l'ennesimo sintomo di un pezzo del paese che non si sente a casa propria, che si sente perso, all'epoca della serie era l'Italia anti-berlusconiana, adesso non si sa, quel paese che si rifugia nell'intellettualismo, rifuggendo l'azione.
Nella fiction rappresentata le luci sono alte, così gli attori, da quattro soldi, si muovono liberamente sul set, così allo stesso modo la serie, prende a ceffoni chiunque, dipinge cinicamente ogni personaggio, ma poi non lascia nessun messaggio, non illumina nessun particolare. Eppure un elemento da mettere a fuoco c'era, una domanda aperta a cui rispondere ci sarebbe: perché l'unico personaggio veramente positivo del film, Arianna, assistente alla regia, vota e ha fatto campagna per Berlusconi? Nessuno lo sa, ed è l'elemento che fa rovinare il suo rapporto con Alessandro.
Lei alla fine della serie decide di andare a fare documentari in centro-america, gli altri in qualche modo, con raccomandazioni o altro se la cavano e restano "nella solita merda".
Anche questa è una metafora del paese? Anche chi non capisce l'Italia, alla fine si adatta e rinuncia a cambiare, chi vorrebbe lavorare seriamente alla fine se ne va e un modo per sostituirlo lo si trova, magari facendo le cose ancor più "alla cazzo di cane".
La serie non lo lascia intendere, si preoccupa di chiudere i personaggi, di trovare un finale che chiuda, ma non troppo, insomma lo stesso lavoro un po' gettato lì, tanto per fare, che si vede nella serie.
Come a dire che c'è un po' di Boris in tutti noi, non c'è rimedio, un'altra TV non è possibile, un'altra Italia non è possibile.

Alberto Spatola

Recen-te-mente (Recensione con la mente) -Il quaderno, Josè Saramago-

Seguite i suoi personaggi, ma non l'autore.
Prima di leggere questo libro sappiate essere critici verso questo quasi novantenne che è lì pronto a travolgerci con la sua penna (ora tastiera) e il suo spirito da ragazzino.
Se vi troverete tra le mani "il quaderno" di Saramago l'idea che avrete, di questo iberico, (sia che abbiate già letto qualcosa di suo o no) è di un rivoluzionario dei tempi andati che ora con la sua saggezza vi presenterà le sue idee con correttezza, attraverso una scrittura appesantita dalle molte idee e dalle frasi infinite, ma scorrevole e piacevole per la fantasia di un abile scrittore sia della prosa che della poesia, sia del reale che del fantastico.
Nulla di più sbagliato.
Tutti coloro che leggeranno il libro in italiano avranno il piacere, ma soprattutto il grande aiuto, di trovare la prefazione di Umberto Eco il quale ha intitolato "Impenitentemente irritato, e tenero" le sue parole introduttive. Con questo titoletto Eco, chissà se consciamente o incosciamente, ci ha dato un ottima chiave di lettura per capire Saramago, o meglio i suoi scritti.
Saramago, a mio parere, nei romanzi presenta sempre i suoi personaggi con una schiettezza stupefacente al punto tale da mettere in risalto le contraddizioni, tutte le sfaccettature della psiche e dalla sotto-psiche, sino ad arrivare allo sconvolgente Uomo duplicato e a dipingere la società, la politica e i personaggi come dei micro-mega ossimori. Anche la raccolta di post del suo blog "Il quaderno" non sfugge a questo Saramaghiano ossimoro.
Mi son dimenticato di dire che "il quaderno" non è che la raccolta dei post del suo blog e se volessi ancor di più incuriosirvi vi racconterei di come l'Einaudi, dopo aver di fatto pubblicato tutti i suoi libri, si sia rifiutata di pubblicare quest'ultimo perché il nobel si permette di criticare il nostro cavaliere e come purtroppo sappiamo anche Einaudi fa parte della piovra berlusconiana. I suoi post partono da una lettera d'amore per la città di Lisbona passando ripetutamente in terra di Palestina per irritarsi con Israele e la sua politica che mira a controllare qualcosa di più necessario del respiro: l'arte. L'arte del popolo palestinese requisendo per esempio gli strumenti musicali al confine, e così questo 88enne, ed ateo militante, si chiede in nome di quale dio possono gli israeliani far queste violenze contro i palestinesi. Il dio vendicativo dell'antico testamento? Sappiate che non esiste. E qui, senza problemi, scorrettamente, ci trasporta su un onda emozionale che rischia di travolgere, non lui, perché lui sa guidare, con la saggezza dei Grandi, il suo ateismo, ma noi. Lui -con l'ironia di chi sa la difficoltà di non credere e lo sgomento che si prova ogni qualvolta si invocano gli dei, queste entità presenti solo nelle persone- ci sbatte in faccia idee del tipo che un mondo fatto da atei sarebbe un mondo più pacifico, interroga senza nessuna ipocrisia i politici e le "chiese" sulla laicità. Chiede a tutte le sinistre del mondo dove sono andate a finire e ammonisce tutti i rivoluzionari dicendo che "l'impazienza è più rivoluzionaria della speranza", si commuove per l'elezione di Obama, ma lo critica ogni volta che lo ritenga giusto, anche se poco opportuno.
Un blogger che condivido anche nelle sue affermazioni più ardite.
Fin qui un Saramago che ci si poteva aspettare, ma il Saramago migliore, e non per un morboso gusto per il gossip, è il Saramago che parla dell'amore per sua moglie Pilar, parla della malattia che lo ha quasi portato alla morte da cui è poi nato il romanzo Il viaggio dell'elefante, un Saramago umano grazie al quale incominci ad intuire come ha potuto raccontare storie come Il vangelo secondo Gesù Cristo, Tutti i nomi o La zattera di pietra.
Leggete, ma non prendetelo come esempio.
Se lui nella sua infinita cultura, cultura in senso lato, scrive sulla pagina infinita d'internet di esser stato in ritardo con un suo amico nel dargli delle foto, se lui ha paura di camminare nei vicoli di Napoli, noi che non abbiamo mai riflettuto sulla differenza tra "guardare e vedere e vedere ed osservare" in quali errori possiamo incappare se ci lasciamo travolgere dalla scorrettezza di Saramago?
Io vi ho messo in guardia: prima di leggerlo ragionate sulla differenza tra guardare, vedere e osservare e quando il nobel portoghese vi darà la sua risposta, con rammarico vedrete che vi mancheranno poche pagine, ma per nulla al mondo le vorrete perdere.

Alberto Spatola

Recen-te-mente (Recensione con la mente) -La guerra civile fredda, Daniele Luttazzi-

Finito di leggere Il giovane Holden vien voglia di andare a vedere che fine fanno le papere di central park; finito di leggere Gomorra vorresti aggrapparti ad un sacco di noci di cocco, come Papillon, o ad un ben più moderno frigo in una discarica, come Saviano fa nel suo romanzo-denuncia; finito Due di Due scapperesti dalla tua città fatta di inutile rumoroso grigio per scoprire la natura, anarchicamente.
Finita La guerra civile fredda di Daniele Luttazzi invece vien voglia di prendere una pagina bianca e riempirla come pare e piace.
Ovviamente la pagina bianca è metaforica.
La pagina bianca di Luttazzi è la risata, i cui margini sono i muscoli facciali e la mente.
Luttazzi, abilmente, senza compromessi, riempe questo foglio con la sua satira tagliente, fatta di battute a sfondo sessuale, politica e la critica a qualunque preconcetto.
"La guerra civile fredda" è un divertente affresco di questi anni tinteggiato da lontano, da chi, visto il clima da guerra civile fredda, non è potuto essere al centro dei cicloni mediatici, ma al margine, fatto salvo un incursione televisiva su La7 con Decameron.
Come dice lui stesso dopo la censura di Satyricon è tornato con Decameron facendo un programma dieci volte più cattivo. Quando tornerà in televisione sarà dieci volte ancora più cattivo, teniamoci forte.
Aspettando una sua apparizione televisiva leggiamoci questo libro che non fa sconti.
Se volete un Luttazzi cattivo lo avrete, sarà lì ad aspettarvi nei bordi della pagina bianca a stuzzicare i nostri pregiudizi, ma prima di tutto i suoi.
Quel che più colpisce di questo libro è come esce fuori un satiro d'altri tempi (chissà quali...) che non lascia mai nulla al caso, ogni singola lettera del libro nasconde una immensa cultura ed è sempre critico, anche nei suoi confronti, e, nonostante disponga del potentissimo mezzo della risata, non la usa per imporre la sua idea, ma con abilità fuori dal comune tenta in ogni modo, con battute volutamente scandalose, a far ragionare il suo pubblico.
Il monologo si apre con una attenta analisi della situazione politica e a colpi di battute, freddure e immagini dissacranti spiega come non si votino i programmi, le idee di un candidato o di un partito, ma come l'elettorato risponda a logiche emotive e quel che veramente importa è la narrazione, cioè come si raccontato le proprie idee trasformando i parlamentari più in personaggi che politici.
Ovviamente la destra padroneggia "la narrazione" e vince, la sinistra no.
E così snocciola gli elementi fondamentali di una buona storia, analizzando sia quella di Gesù Cristo che su di lui.
E motiva il suo successo per la sua narrazione che si basa su ciò:
"Qual è il mio ostacolo? La censura.
Il mio difetto? Mi incazzo quando mi censurano.
Cosa voglio a tutti i costi? Fare satira senza censura.
Il mio passato? Censurato mille volte.
Cosa mi rende unico? Ho un pisello grosso così!"
Non so cosa nascondano i pantaloni di Lutazzi, ma se volete scoprire cosa rende speciale Daniele Lutazzi non vi resta che leggere "La guerra civile fredda".

Alberto Spatola

venerdì 20 maggio 2016

La prossima cometa

Il rapporto con il denaro, e in generale con l'economia, ha condizionato il cristianesimo sin dalla sua nascita.
Nella mangiatoia di Betlemme, con i doni dei pastori e dei re magi; con la cacciata dei mercanti dal tempio, con la nascita delle prime comunità cristiane, nei conventi, con le spedizioni crociate, infine con le indulgenze e via via sino ad arrivare ai nostri giorni.
Da questo breve elenco già si capisce come, nel corso di 2000 anni, questo rapporto tra denaro e cristianesimo sia mutato a volte a favore di un cristianesimo delle origini e altre in cui mammona, la voglia di ricchezza, ha avuto il sopravvento sulla solidarietà.
Quel che però in 2000 anni non è mai capitato è fare i conti con una economia in grado di divorare un intero pianeta a suon di inquinamento e creare disuguaglianze globali. A differenza di quando si è colonizzata l'America latina la Chiesa non è più in grado di condizionare la società come quando evangelizzava gli indios affiancando le violenze dei conquistadores.
Le sfide che si presentano adesso sono diverse e per superarle serve lo sforzo dell'intera società, non basta più quindi il semplice interesse della comunità cattolica: le povertà si nascondono nelle periferie delle città, in piccole aziende che falliscono, nelle favelas del mondo, in contadini indiani che devono lottare contro le multinazionali, le quali sottraggono loro l'acqua e coltivano prodotti geneticamente modificati, nei villaggi africani sfiancati dalle guerre e dall'occidente, che costruisce dighe per energia elettrica sottraendola all'irrigazione.
Finché la nostra mentalità sarà oscurata dal nero del petrolio, non riusciremo di certo a cambiare questo stato di cose, che rischia di soffocare l'intero pianeta con i suoi miliardi di abitanti. Non sarà probabilmente una nuova stella cometa a farci capire quale strada bisogna intraprendere per poter uscire da questo vicolo cieco, sarà invece la scienza dei re magi e la semplicità dei pastori che ci farà riscoprire il piacere di donare anziché produrre a scapito del prossimo.

Alberto Spatola

Recen-te-mente (Recensione con la mente) -La casa degli spiriti, Isabel Allende-

Quando avrete finito di leggere "La casa degli spiriti", e lo riporrete nella vostra libreria, vi accorgerete che sarà uno dei libri più rovinati, perché, nell'arco di tempo in cui lo avete letto, lo avrete portato con voi d'ovunque, cercando d'essere guidati dagli spiriti, reali e non, che si nascondono tra l'inchiostro.
Appena sarà tra gli altri tomi, i diversi personaggi che vagano per le case e le pagine, ti lascieranno la loro esperienza di vita e di Cile: starà così al lettore decidere se cercare di risvegliare i personaggi o se farli giacere nella propria mente.
Probabilmente qualche regista deve aver provato a risvegliare gli spiriti di questo romanzo su una pellicola cinematografica, ma si stupirebbe nel scoprire che un architetto potrebbe meglio rappresentare questa saga sudamericana tra il reale e il fantastico, la storia e la quotidianità.
Solo un architetto, o meglio un'architetta, potrebbe seguire l'avvicendarsi delle vicissitudini della famiglia Trueba nata dal sudore del padre Esteban, pragmatico e scorbutico, e dalla naturalezza con cui la madre Clara tratta spiriti e persone; solo un'architetta, che dev'essere però in grado di costruire palazzi imponenti e maestosi, come vuol essere questa famiglia, ma di costruirli in fretta perché in qualunque momento questi palazzi potrebbero essere abbattuti dai frequenti terremoti all'interno della famiglia e del paese sconvolto spesso da frequenti scosse naturali o sociali.
Nel libro sono numerosi gli esempi di come l'architettura possa simboleggiare le tante storie che si intrecciano in maniera così fitta da dover usare uno scalpello, piuttosto che un telaio, per dipanarle: la casa delle Tre Marie, tenuta agreste della famiglia, le case di mattoni dei contadini, il palazzo del Presidente, abbattuto dalle forze armate pronte a far cadere quel governo di centro-sinistra così odiato da Washington, e poi la casa dell'angolo, dove vengono narrate la maggior parte delle storie di questo romanzo.
La casa dell'angolo si presenta come una casa ricca, di stile britannico, ordinata con un ampio cortile centrale, ma i corridoi, la cantina, le gabbie dei volatili che vengono in seguito svuotate, le stanze sul retro nascondono le vite tormentate di questi personaggi che sono frutto soprattutto della polvere che il nostro scalpello solleva scuotendo le storie che hanno attraversato il Cile nel secolo raccontato da Isabel Allende attraverso i sorrisi, le bastonate, la fame, di cibo e di libertà, le superstizioni: le scaglie che vengono lasciate dallo scalpello di una storia appasionante.
Infine, ma non meno importanti, per la casa vagano gli spiriti che assecondano le paure e il coraggio di questa costruzione che ci sembra di attraversare guidati dalla penna dell'autrice, ovviamente sotto forma di spiriti, e lasciatemi azzardare dicendo che gli spiriti sentiti dalla famiglia Trueba non sono nient'altro che i lettori , i quali vorrebbero entrare in questo magnifico palazzo che è "La casa degli spiriti".

Alberto Spatola

Giovani e Genova. Non chiedeteci di restare, andate voi in soffitta.

Su Primocanale hanno chiesto ai giovani di non scappare da Genova, ma di cambiarla.
Insomma di votarsi ad una causa persa, sacrificando se stessi in una città bella, ma...
Perché adesso questa chiamata, sempre solo quando si balla sul baratro dell'emergenza, reagendo così in modo scomposto, spingendoci ancora un po' più giù, Perché?
Ai giornalsti piacerà il pathos, la storia, la lotta, ma questa città chiede di non essere svegliata, vuole i giovani per pulire le cantine per la prossima possibile alluvione, ma se i primi e i secondi erano "angeli del fango", i prossimi saranno simbolo di disperazione di una città immobile che vede il futuro come un fastidio, il presente come uno ostacolo, il passato come rifugio.
Questo non vuol dire darsi al disimpegno e girare le spalle alla nostra città, ma essere realisti, e non chiedere ai giovani genovesi di spendersi per cause superiori destinate a bruciare le speranze e le vite.
Smettiamola di fare appelli vuoti, generazionali, che nascono dall'inconscia voglia di scaricare le colpe su chi se ne va, ma presentiamo progetti e idee per Genova che possano impegnare i nostri tempi liberi, unire utile e dilettevole.
Perché salvare Genova deve essere un passatempo, non di più, non un "lavoro" visto che dopo poco questa città ti metterà in cassa integrazione, licenzia.
E se vogliamo trovare un nemico per ragioni sceniche, teatrali, non ammoniamo chi se n'è andato da Genova e l'Italia o sta per farlo, ma quel tappo, quella crosta, peggio della macaia, che copre Genova, fatta di vecchi dinosauri, ma non solo, e se non vogliamo mandarli in cantina, che è allagabile, mandiamoli in soffitta.


Alberto Spatola